SULLA LONGEVITA' DEGLI ALBERI: Seminario del Prof. Gianluca Piovesan al CEDAD

il 14 Novembre 2019, alle ore 15.00, in diretta streaming dalla Sala Convegni del CEDAD - CEntro di Fisica applicata, DAtazione e Diagnostica del Dipartimento di Matematica e Fisica "Ennio De Giorgi" dell'Università del Salento, il Prof. Gianluca Piovesan del DAFNE- Dipartimento di Scienze e Tecnologie per l'Agricoltura, le Foreste, la Natura e l'Energia dell'Università della Tuscia, Viterbo, terrà un seminario dal titolo:

"SULLA LONGEVITA' DEGLI ALBERI: ASPETTI TEORICI E APPLICATIVI"


Il seminario sarà trasmesso sul canale YOUTUBE del CEDAD raggiungibile dal sito www.cedad.unisalento.it o direttamente:

https://www.youtube.com/channel/UCublQjuOMxsRZJ9fk2-Ybng/

ABSTRACT

La longevità di un albero dipende dal contesto ambientale e dalla specie. E' difficile trovare alberi molto vecchi nelle aree soggette a megadisturbi ricorrenti (p.e. incendi) come ad esempio nella taiga o nelle pinete di ambiente arido quale il Mediterraneo. Negli ambienti non interessati dai grandi disturbi gli alberi invecchiano con potenzialità diverse a seconda della specie e sulla base di una relazione inversa tra velocità di crescita e le longevità. Tale relazione di tipo non lineare è un comportamento così diffuso che può essere considerato una legge dendroecologica. Per questo in genere gli alberi più vecchi si rinvengono in condizioni stazionali di scarsa fertilità (siti rocciosi) e con stagione vegetativa ristretta (alta montagna). Ad esempio, nel pino loricato lungo il gradiente altitudinale del Pollino un albero può raggiungere età notevolmente differenti a seconda della collocazione geografica della rupe: le età millenarie sono così raggiunte solo nella fascia subalpina. Nel nostro Paese, conifere e latifoglie raggiungono longevità estreme in alta montagna. Nei fattori che governano la longevità vi è, inoltre, il ruolo giocato dalla competizione nel rallentare o addirittura bloccare la crescita. Nelle foreste chiuse, quali le faggete, i cicli di soppressione possono contribuire notevolmente ad una lunga vita di un albero. In genere gli abeti e i faggi più vecchi sono quelli che hanno trascorso in condizioni di scarsa illuminazione i primi stadi del ciclo ontogenico prima di entrare nella volta arborea. E così che un alberello di circa due metri di faggio o di abete bianco può superare ampiamente il secolo, mentre un semenzale coevo libero dai forti condizionamenti competitivi diviene un grande albero nello stesso periodo. Gli alberi isolati costituiscono un luogo interessante dove approfondire queste relazioni tra ambiente di crescita poiché in questi contesti diviene meno importante competizione. Dal punto di vista applicato la datazione dei vecchi alberi permette di comprendere i tempi di genesi degli alberi habitat, veri scrigni di biodiversità a rischio di estinzione. La ricerca e lo studio di alberi vetusti diviene così fondamentale per l’attuazione di strategie per la conservazione degli habitat forestali a rischio. Allo stesso tempo attraverso l’approccio dendrocronologico fornisce un materiale prezioso per le ricostruzioni ambientali e per la valutazione dell’impatto dei cambiamenti climatici e di altri disturbi antropici.   In questa era di cambiamenti globali gli studi sulla longevità degli alberi in relazione al contesto ambientale stanno divenendo sempre più importanti al fine di comprendere la capacità di risposta di alberi e foreste vetuste e quindi la conservazione di questo unico patrimonio per le generazioni future. Durante il seminario verranno illustrate le recenti scoperte, a cominciare dall'ormai famoso pino loricato ITALUS, studiato in collaborazione con i ricercatori del CEDAD dell'Università del Salento con un approccio innovativo basato su tecniche dendrocronologiche e spettrometria di massa con acceleratore.